venerdì 22 settembre 2017

Simone Graziano: “Snailspace” [Auand, 2017]

Per questa nuova realizzazione targata Auand Records il pianista Simone Graziano si avvale della collaborazione di Francesco Ponticelli al contrabbasso e sintetizzatori e Tommy Crane alla batteria. Il trio così composto muove in territori di estrema contemporaneità espressiva, nei quali troviamo la ricerca di significati legati alla sperimentazione di forme e modi spiazzanti. Ne sono buon esempio le prime tracce in scaletta: l’iniziale Tbilisi si sviluppa attraverso una melodia cantabile e ostinata, che trova nella successiva Accident A un percorso di continuità, poi smentito da frammentazioni ritmiche e continue sterzate tematiche. Emicrania, come preannuncia il titolo, ha un carattere melodico ostico, “fastidioso”, mentre la successiva Neri si rivela lirica, pacata e velatamente malinconica. Graziano firma le nove tracce in programma e utilizza tastiere e Fender Rhodes per ampliare ulteriormente il campo d’azione timbrico del trio, per un insieme che non manca di momenti sospesi, minimali e chiaroscurali. La foto di copertina è firmata da Caterina Di Perri.

giovedì 21 settembre 2017

Tuomo Uusitalo – Myles Sloniker – Olavi Louhivuori feat. Seamus Blake: “Northbound” [CAM Jazz, 2017]

Registrato presso al The Samurai Hotel Recording Studio di Astoria, New York, “Northbound” è l’album che vede protagonista il trio composto da Tuomo Uusitalo al pianoforte, Myles Sloniker al contrabbasso e Olavi Louhivuori alla batteria, ai quali si affianca Seamus Blake al sassofono tenore. La formazione muove in territori di contemporaneità espressiva, in una scaletta di spartiti originali, dove si alternano forme ora nervose, vedi la breve Focus, poi leggere e melodicamente lineari, come accade per esempio in Gomez Palacio. Blake interpreta diversi temi ponendo in primo piano il suono calibrato del suo tenore, dalla cifra personale e capace di narrare storie attraverso un lirismo che in taluni momenti assume un’aria vissuta e serena. L’insieme sposta il suo asse estetico con buona continuità, dal ¾ oscillante di Pablo’s Insonnia al fast tempo di Burst, fino alla contrastante The Aisle, dove al pianismo melanconico e insistito di Uusitalo si contrappongono i soli graffianti e imprevedibili di Blake.

mercoledì 20 settembre 2017

Odwalla e Baba Sissoko: “Ancestral Ritual” [Autoproduzione, 2017]

Registrato dal vivo al Teatro Giacosa di Ivrea, “Ancestral Ritual” (Autoproduzione, 2017) è il nuovo album di Odwalla, la storica formazione, attiva dal 1989 e guidata dal percussionista e compositore Massimo Barbiero, che in questo nuovo episodio artistico si avvale della partecipazione di Baba Sissoko e Gaia Mattiuzzi
Primitivismo e ricerca
Realtà in continua evoluzione, pronta nell’accettare nuove direzioni espressive ed estetiche, anche nel nuovo album “Ancestral Ritual” Odwalla non tradisce il proprio senso di esistenza, andando a innestare nelle sue trame formali due elementi capaci di ampliarne visioni e prospettive come Baba Sissoko, voce e tamà, e Gaia Mattiuzzi, voce e campionamenti. Si tratta di una registrazione effettuata dal vivo, dimensione nella quale l’ensemble si identifica con maggiore aderenza, al Teatro Giacosa di Ivrea, e che determina un nuovo passaggio evolutivo verso scenari inattesi ed eventuali, come ci ha confermato Massimo Barbiero, fondatore e leader di Odwalla: «Credo si tratti di un CD diverso dai precedenti, molto diverso, motivo per il quale abbiamo deciso di pubblicarlo. Le composizioni in scaletta sono già conosciute, ma la presenza di Baba Sissoko e Gaia Mattiuzzi cambiano le nostre direzioni, le ampliano e mantengono l’idea di apertura del progetto». L’album emana in maniera continua un equilibrio tra primitivismo, dovuto all’intreccio percussivo che ne determina la principale caratteristica, e un aspetto di ricerca che va a stretto contatto con un modo di operare contemporaneo. Tra attaccamento alle radici e pensieri di futuro possibile, “Ancestral Ritual” si pone come episodio di singolare bellezza e di rinnovata unicità.
Immediata empatia
È il 25 marzo 2017 quando Odwalla sale sul palco del Teatro Giacosa di Ivrea, in occasione dell’Open Papyrus Jazz Festival d’Ivrea e Canavese, dopo che il pubblico ha apprezzato la performance del Devil Quartet capitanato da Paolo Fresu, e nei ricordi di Barbiero affiora come primo aspetto una sensazione di relax, dovuta, con tutta probabilità, alla piena consapevolezza dei propri mezzi: «È stata una serata molto intensa. Avevamo provato durante il soundcheck per pochi minuti. L’intesa con Baba Sissoko è stata pressoché immediata. C’era empatia, si intuiva che non ci sarebbero stati problemi, e in effetti così è stato». Percussioni, canto e danza (sul palco anche i danzatori Vincent Harisdò e Jean Landruphe Diiby) per un insieme di percezioni visive e d’ascolto che si è protratto per oltre un’ora. Ad aprire la scaletta il classico Il Cappellaio matto, che nei suoi quindici minuti determina un mondo dove convergono voci ancestrali, incastri ritmici, ipnotiche linee melodiche, euforici quanto calibrati movimenti d’insieme. Nel resto della scaletta marimba, gong, percussioni, djembè, vibrafono, batteria e altro ancora, arredano stanze timbriche dove convergono e si ibridano sensazioni e “colori” capaci di innescare processi di feconda creatività.

Tradizione, dinamismo
Con il passare del tempo gli aspetti estetici di Odwalla, grazie alla sedimentazione di nuove esperienze e acquisendo nuove screziature, continuano a trasformarsi. Di recente, è stato il giornalista e critico musicale Davide Ielmini a condurci, nel suo saggio “Tempus Fugit” dedicato all’ensemble di Barbiero, verso una definizione dalla credibile messa a fuoco, affermando che: «Odwalla non si libera da ciò che ha appreso, ma lo rielabora secondo la preziosa lezione del Novecento: superare la tradizione, seppur attraverso la sua deformazione, per trasmetterle un valore che non deve essere assoluto, ma dinamico». Se “Ancestral Ritual” potrà essere un punto di arrivo o di partenza verso nuove traiettorie ce lo dirà la storia, per ora ci atteniamo a una cronaca che racconta di una realtà unica nel suo genere, capace di liberarsi da gabbie concettuali e tenersi a debita distanza dalla prevedibilità espressiva. In copertina “The Forest Of Memory” di Masahide Kudo.

Sul sito di Massimo Barbiero i crediti dell’album “Ancestral Ritual”

lunedì 18 settembre 2017

Carmelo Coglitore Quartet: “Istante Groove” [NAU Music Company, Naked Tapes 02, 2017]


Si completa con Giacomo Tantillo alla tromba, Pino Delfino al contrabbasso e Francesco Cusa alla batteria il quartetto capitanato da Carmelo Coglitore, che nel suo “Istante Groove” propone unasuite di musica improvvisata alternandosi tra tenore, soprano e clarinetto basso. Musica che prende forma, e trova dunque il proprio significato, non attraverso il movimento totalmente libero degli interpreti, ma servendosi di un algoritmo che unisce indizi compositivi, arrangiamenti d’insieme e direzione, nello specifico intesa come conduction, prassi che Coglitore utilizza con un protocollo di segnali che portano il quartetto verso direzioni inattese, tra melodie cantabili e strettoie espressive meno immediate. Tra i ringraziamenti troviamo quello che il leader fa a sé stesso, dal momento che «[…] ognuno di noi debba prima di tutto credere nelle proprie capacità e idee».

sabato 16 settembre 2017

Quilibrì: “Note dei tempi” [Auand, 2017]

“Note dei tempi” è il nuovo lavoro firmato da Quilibrì, il progetto del sassofonista Andrea Ayace Ayassot che per l’occasione presenta il trio completato da Enrico Degani alla chitarra classica e Claudio Riaudo alle percussioni. La caratterista principale dell’album è rintracciabile nei particolari accostamenti timbrici pensati da Ayassot, il quale, fatta eccezione per Dancing Colors di Franco D’Andrea, propone una scaletta di soli brani autografi. I temi sono costruiti attraverso una costante attenzione agli spazi espressivi, dove ogni interprete innesta brevi inserti sonori, che in alcuni casi appaiono volutamente slegati, mentre in altri si intrecciano con millimetrica precisione. Album dal valore assoluto peculiare, destinato a un ascoltatore dalle ampie vedute. L’immagine di copertina la firma Luca Storero.

                                     

venerdì 15 settembre 2017

Bologna Jazz Festival: parte a ottobre l'edizione 2017


Anche l'edizione 2017 del Bologna Jazz Festival, al via il 27 ottobre con il concerto del trio Rava - Herbert - Guidi al Teatro delle Celebrazioni, presenta in cartellone nomi di rilievo del firmamento mondiale del jazz, come Lee Konitz e Steve Lehman.
Maggiori informazioni e biglietti sul sito ufficiale della manifestazione.

 

giovedì 14 settembre 2017

Alessandro Galati Trio: “Cold Sand” [Atelier Sawano, 2017]

Fatta eccezione per la beatlesiana Here, There And Everywhere la scaletta di “Cold Sand” si compone di soli originali firmati dal pianista Alessandro Galati, per l’occasione affiancato da Gabriele Evangelista al contrabbasso e Stefano Tamborrino alla batteria. Le atmosfere d’insieme si rivelano chiaroscurali, a tratti pensose e malinconiche, e i temi proposti da Galati sono costruiti attorno a melodie cantabili ottenute attraverso la certosina precisione degli interpreti. Il trio scava un profondo solco espressivo attraverso un interplay raffinato, risultato di una estrema attenzione alle forme e agli equilibri timbrici. L’album, registrato presso Artesuono di Stefano Amerio nel settembre 2016, occupa lo spazio d’ascolto con profonda discrezione, da semplici accenni fatti di poche note fino a un’ovattata saturazione dei volumi. La copertina del CD è realizzata Chikara Inada.

                                      

domenica 10 settembre 2017

Roscoe Mitchell: “Bells For The South Side” [ECM, 2017]

"Bells For The South Side" è un doppio album registro al Museum of Contemporary Art di Chicago, dove Roscoe Mitchell fu invitato nel 2015 per comporre musica nel contesto della mostra The Freedom Principle, allestita nell’ambito del cinquantesimo anniversario della AACM. Alla corte del multistrumentista troviamo diversi organici di valore assoluto, che comprendono musicisti come, tra gli altri, Tyshawn Sorey, Craig Taborn e Hugh Ragin. Ciò che si ascolta è un flusso sonoro dalle diverse sfaccettature, estetiche e formali, influenzato dagli interpreti che affiancano Mitchell durante le performance. La proiezione ottenuta rimanda a un sound d'insieme che somiglia a un reticolato fatto di tradizione e modernità, passaggi eterei, prossimi al silenzio, e situazioni dal graffiante accento free. Fuori da ogni possibilità di catalogazione, la musica contenuta in questo lavoro fonde o alterna sonorità elettroniche e acustiche, percussioni e fiati, pianoforte e campane tubolari, per un contesto multiforme e aperto a ogni eventualità espressiva. Chiude la scaletta la rivisitazione di Odwalla, il tema celebre degli Art Ensemble Of Chicago.
                                         
                                         

sabato 9 settembre 2017

Sergio Armaroli – Fritz Hauser: “Structuring The Silence” [Dodicilune, 2017]



Edito dalla salentina Dodicilune, “Structuring The Silence” è il doppio album attraverso il quale Sergio Armaroli e Fritz Hauser, entrambi compositori, vibrafonisti e percussionisti, compiono un viaggio intorno al concetto di silenzio, partendo da minime e ordinate strutture per poi prendere tangenti verso ampi territori di improvvisazione

●Significati estetici
Sergio Armaroli è un musicista e compositore, ma anche pittore e poeta, al quale non piacciono le consuetudini. Ne è nuova dimostrazione l’album in duo con Fritz Hauser, insieme al quale compie un viaggio intorno al concetto di silenzio servendosi di strutture che fluttuano tra scrittura e improvvisazione. Raggiunto per l’occasione Armaroli ci ha così illustrato il significato estetico di questo lavoro: «Nasce da una necessità di dialogo e di ascolto a partire dal silenzio come dimensione ecologica e strutturale dell’esperienza sonora, questo attraverso la percussione e con l’ausilio di una scrittura minima quale legame necessario per un pensiero musicale comune». Risultato raggiungibile solo se alla base c’è la completa empatia con l’altro musicista coinvolto, in questo caso Fritz Hauser, il quale, ribadendo le parole di Armaroli, aggiunge che: «Creare musica improvvisata è una decisione artistica che apre molte porte». I due mettono tra loro come terzo, e imprescindibile elemento, il silenzio, inteso sia come piattaforma per l’elaborazione delle idee sonore, ma anche come sfida, come fenomeno da tenere a bada per non lasciarsi sopraffare e trascinare verso conclusioni prevedibili.

●Armaroli e le pause strutturali
Il primo dei due CD di questo album vede la scaletta svilupparsi in quattro lunghe tracce, dagli undici ai diciassette minuti di durata, nelle quali il silenzio è spezzato, ma mai riempito appieno, da suoni improvvisi: ora una percussione isolata, poi un breve accenno melodico, e ancora echi di suono provenienti da luoghi concettuali lontani e che riportano l’immaginario verso scenari spaziali. Sembra di essere in assenza di gravità ritmica, nonché armonica e melodica, per un’idea sonora che, per sommi capi, potremmo ricondurre alle prime ipotesi di ambient music. Scomodare dunque un aspetto artistico di Brian Eno per ridurre la strada che porta all’individuazione estetica dell’album, percettibilmente ispirato dalla figura di John Cage, al quale è rivolto un inevitabile ringraziamento all’interno del booklet. Esercizio che Armaroli riconduce maggiormente all’empatia con Hauser, e al loro reciproco insegnamento culturale, attraverso queste parole: «Il progetto è nato dopo un lungo percorso di ascolto e di studio reciproco: al momento giusto il suono dei nostri strumenti si è esteso e fuso in un paesaggio sonoro organico e unitario. Devo dire che è proprio questa apertura verso un mondo sonoro senza confini quello che Fritz Hauser, che considero un maestro, mi ha insegnato».

●Improvviso, quindi sono
L’improvvisazione è la linfa che anima i tredici passaggi in programma del secondo CD, quasi tutti molto brevi tranne After Silence, posta in apertura, che si protrae per venticinque minuti. Hauser ha di Armaroli una fiducia e una stima totale, e lo definisce come: «Un ottimo percussionista e uno sviluppatore di concetti musicali. Il suo approccio è intelligente e spontaneo». Condizione necessaria per processare, filtrare e mettere insieme un flusso sonoro che vede coinvolti diversi elementi timbrici, prodotti da un ventaglio strumentale che va dall’elettronica alle percussioni, dai tamburi al vibrafono e altro ancora. Hauser insiste riguardo il filo conduttore che lo unisce ad Armaroli: «Questo duo ha delle ampie possibilità, e non vedo l’ora di procedere verso il prossimo passo». Sviluppi futuri pronosticabili dunque, per quello che Armaroli individua come un raggiungimento di un obiettivo, una sorta di chiusura di un personale cerchio creativo e di studio: «Per quanto mi riguarda si tratta, da una parte, della conclusione di un lungo percorso di analisi e riflessione che, da circa dieci anni, mi ha portato a sviluppare un approccio alla percussione e all’improvvisazione in una dimensione “plastica”, sculturale, nel senso di Habitat, dove il significato etimologico di “egli abita” ha un senso e un valore più ampio. In un senso ecologico e nel rispetto reciproco che si manifesta nell’ascolto. Dall’altra è l’inizio, lo spero, di una lunga collaborazione di vicinanza e di condivisione di idee musicali e di spazi sonori abitabili».